Ero in terza elementare, dunque avevo 7 anni e mezzo, quando cominciai a capire che forse non sarei riuscito a salvare il mondo. A quei tempi ero il capo della Banda del Pigiama, il nome si doveva al fatto che ciascun componente era proprietario di una piccola bandiera fatta da un campione di tessuto prevalentemente a strisce fissato su un bastoncino. Questi campioni li procurava non si sa come Augusto, un bambino gentile che sarebbe morto giovanissimo cadendo da una moto non guidata da lui quando ancora il casco non era obbligatorio.
La Banda del Pigiama oltre che correre a perdifiato con le bandiere al vento all’uscita di scuola si riuniva in un fortino segreto, un piccolo spiazzo al centro di un campo vicino al fiume Tirso con la vegetazione molto alta, più alta di noi, dove costruivamo armi rudimentali come i tirelastici, che chiamavamo tirolli, e cerbottane. Bisogna sapere, infatti, che all’inizio di quell’anno, era il 1959, l’Unione Sovietica aveva lanciato nello spazio la sonda Luna 1, era il primo oggetto che usciva dall’orbita terrestre, avrebbe dovuto raggiungere la Luna ma mancò il bersaglio e si disperse nello spazio. Questa impresa, anche se in parte fallita, ci aveva suggestionato al punto da convincerci che una flotta di astronavi piene di marziani (sul fatto che sarebbero stati marziani nessuno di noi aveva alcun dubbio) da un momento all’altro avrebbe potuto raggiungerci e sottometterci. Con i tirolli e le cerbottane ci sentivamo molto più sicuri ma una sera, giungendo nel fortino segreto, scoprimmo che non c’era più nulla. La vegetazione alta era stata tagliata completamente e le nostre armi di difesa erano sparite.
Fu proprio in quel momento che cominciai a pensare di rinunciare a salvare quel mondo che radeva al suolo i fortini segreti. Troppo complicato. Sarebbe stato più facile, invece, crearne uno completamente nuovo, ospitale. E pazienza se fosse stato piccolo!
Passarono però molti decenni prima che riuscissi a concepire con chiarezza questo mondo. Accadde il 20 luglio 2001, giorno del mio cinquantesimo compleanno. Quella sera, dopo aver decretato la mia morte indidascalica – da non confondersi con quella didascalica che ha a che fare con i vermi e i becchini – ed essere dunque diventato postumo, decisi di abbandonare per sempre gli individui e le situazioni che mi facevano perdere tempo e mi ritirai ad Aristan. Il nome mi venne in mente nello stesso momento in cui concepii l’idea. La parola Aristan era un incrocio tra la femminilizzazione della parola ariston, che in greco vuol dire ‘migliore’, e la contrazione di Aristanis, nome dell’antica, fierissima capitale del Giudicato d’Arborea.
Aristan sarebbe stato un mondo dalla geografia fluttuante che avrebbe coinciso con la pelle di chi avesse voluto viverlo. Un mondo governato da uno Stato forte e libero, uno stato mentale che si sarebbe identificato con chi, per affinità elettiva, avesse scelto di abitarlo.
Da allora sono successe tante cose: è nata un’università con bandiere e docenti indimenticabili, si son tenuti fantastici raduni mondiali ed è tornato a farsi vivo qualche prezioso umano che l’anagrafe si ostinava a dichiarare morto… Sono arrivati in molti. Qualcuno è rimasto. Qualcun altro se n’è andato per sempre. E c’è chi va e viene in continuazione.
Io stesso in questo momento non mi trovo lì. Sono in moto con Augusto; mi ha detto che oltre il fiume Tirso ha scoperto un altro possibile fortino segreto. Filiamo veloci, ma abbiamo il casc
Filippo Martinez (Aristaniano)
“Ero in terza elementare, dunque avevo 7 anni e mezzo, quando cominciai a capire che forse non sarei riuscito a salvare il mondo.” Da PERCHÉ NON SONO RIUSCITO A SALVARE IL MONDO – Editoriale di Filippo Martinez (Aristaniano)



