Se la polvere, come dice un bellissimo verso di Josif Brodsky, è la carne del tempo, il cinema di Béla Tarr è l’anima del tempo. Il corto circuito tra trionfo del cinema popolare e requiem per il genio più ostico del cinema per palati fini è clamoroso: nei giorni in cui l’ultimo film di Checco Zalone si avvia a diventare il maggiore incasso della storia in Italia (sta avvicinandosi ai 70 milioni di euro), è morto a 70 anni il grande maestro del cinema ungherese: uno sperimentatore dalla tecnica prodigiosa (celeberrimi i suoi interminabili pianisequenza), un autore così originale e rigoroso da aver inventato un nuovo linguaggio. Sembra una contraddizione che il regista più disinteressato a raccontare una storia fosse anche il più allergico ai simboli e alle metafore: Béla Tarr si è servito del cinema per rappresentare un mondo apocalittico, fatto di paesaggi squallidi e personaggi miserabili, battuto da una pioggia incessante, indagato lentamente nei dettagli più minuti. La lentezza esasperante (il suo capolavoro “Satantango” dura sette ore e venti minuti) diventa un vortice ipnotico che avvolge lo spettatore, rapito dall’eterno ritorno dell’esistenza (“Il cavallo di Torino” prende lo spunto dalla caduta di Nietzsche nella follia). La desolazione diventa scavo conoscitivo, l’inerzia dei tempi morti diventa tensione intensa. Il bianco e nero esalta la concretezza del fango, della miseria umana e animale, degli interni scrostati, dei volti in primo piano. I suoni e la musica, curati con estrema attenzione, sono molto più importanti dei dialoghi, spesso scarni, e della recitazione (ma il suo sceneggiatore è Laszlo Krasznahorkai, fresco vincitore del Nobel per la letteratura). Se il cinema di Andrej Tarkovskij scolpisce il tempo, quello di Béla Tarr lo abita. E invita gli spettatori più intelligenti e meno pigri ad abitarlo insieme a lui, per medicare con la vertigine poetica dell’arte la disperante prosa della vita.
Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)
“Béla Tarr si è servito del cinema per rappresentare un mondo apocalittico, fatto di paesaggi squallidi e personaggi miserabili, battuto da una pioggia incessante, indagato lentamente nei dettagli più minuti. La lentezza esasperante (il suo capolavoro “Satantango” dura sette ore e venti minuti) diventa un vortice ipnotico che avvolge lo spettatore, rapito dall’eterno ritorno dell’esistenza” Da L’ALTRO CINEMA DI BELA TARR – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)



