L'AMORE AI TEMPI DI VASSILIJ AMIRKHANASHVILI


Editoriale del 9 giugno 2014

L’ultima volta Vassilij Amirkhanashvili chiamò per grattarmi del denaro. La pubblicazione del suo capolavoro lo aveva lasciato in mutande e da una settimana aspettava la chiusura del Kentucky fried chicken per farsi allungare l’invenduto da un suo amico pakistano. Poi attraversava la notte balorda della suburra londinese frollando insieme la pelle rinsecchita del pollo e gli aforismi di Zarathustra. Era stato inutile l’ennesimo tentativo di evitargli il licenziamento. Lo avevo conosciuto nella cella frigorifera del ristorante “Spaghetti House” di Woodstock street. Aperta la porta lo trovai là, acculato su un secchio di olive turche che spacciavamo per pugliesi. S’era nascosto dalla tragedia lutulenta dei piatti da lavare. Anche al fresco schiumava come un cavallo. Le bestemmie del cuoco portoghese lo costrinsero ad alzarsi. Era molto alto, imbolsito dentro una pellaccia cianotica che aveva visto una cinquantina d’inverni. “Ecco il filosofo del casso”, sentenziò disgustato lo chef. Vassilij era un filosofo ortodosso georgiano e aveva demolito Nietzsche. Faceva il lavapiatti per pagare la pubblicazione del libro che avrebbe sconvolto l’Occidente, diceva. Che Nietzsche avesse ucciso dio gli era mica andata giù. Raccontava d’esser approdato a Londra in seguito alla persecuzione dei servizi segreti georgiani, che lo ritenevano un pericolo esiziale per la dittatura. Suonava Chopin e naturalmente Bach, capace di sollevarlo fino all’empireo. Aveva sempre lo stesso maglione e lo stesso berretto di lana da scaricatore di banchina. Così lo ricordo, seduto su una panchina di Hyde park, cacato dal freddo. Scrutavamo assenti i cigni del laghetto durante le battaglie sofistiche. Provocavo la sua continenza di seminarista senile con i culi delle podiste al trotto. Dopo il licenziamento lo persi di vista. Mi scrisse per annunciare l’imminente presentazione di “La sconfitta di Nietzsche”. Lo trovai tirato a lucido, incravattato, in una sala piena di statue e broccati e frutta fresca di non so più quale palazzo vicino a Westminster Abbey. Fece un discorso improbabile nel suo inglese libresco. Mi ubriacai con un rosso georgiano che sapeva di fragole. Trascorsi una serata magnifica in mezzo a lestofanti azzimati e pezzenti di mondo. Ricordo esattamente un istante, l’imbrunire e i lampioni, alla finestra. Pensai che Londra rappresentasse l’infinità che spremeva il sudore di Vassilij in cucina. Il suo libro era un ammasso monumentale di coglionerie. Lo amai, credo. Senza mai dargli il becco d’un penny.

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)

COGLI L’ATTIMO

 

Da “Spaghetti House”, 1984. Storia vera di un sequestro avvenuto nei tardi anni ’70 a opera delle pantere nere in uno dei 10 ristoranti della catena dove l’inviato ha sgobbato, 30 anni dopo.

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