MI DROGO, SONO FROCIO E INCULO DEI MAIALI: VA BENE COSI'?


Editoriale del 29 settembre 2015

Scambio epistolare via mail fra Michel Houellebecq e Bernard-Henri Lévy, i due “ragazzi terribili” della cultura francese, anzi i “Nemici pubblici”, come essi stessi si definiscono con dolente civetteria nel titolo del libro pubblicato da Bompiani. La loro corrispondenza si articola in quasi sette mesi di botta e risposta all’insegna di un incontro che evita i toni della sfida, preferendo aprirsi al clima di una reciproca confessione, che alterna riflessioni filosofiche e letterarie ad ampi squarci privati di aneddotica autobiografica. La confessione letteraria è un genere esposto al rischio della gigioneria e dell’apologia autocompiaciuta, ma in questo caso gli autori (soprattutto Houellebecq) sembrano al contrario impegnati ad autoscorticarsi pubblicamente. L’epistolario via mail è una forma soggetta a raffreddare la comunicazione, con il pericolo di rendere asettico il dialogo e di trasformare il lettore in un voyeur tiepidamente coinvolto nel dibattito, ma i temi affrontati in questo libro sono così brucianti e diretti da abbattere la convenzionalità del mezzo. Fin dalle prime battute, i due si incontrano sul territorio comune dei bastiancontrari, alla perenne ricerca del “piacere dell’abiezione, dell’umiliazione, del ridicolo”. Ma non negano che “il desiderio di non piacere dissimula un insensato desiderio di piacere”. Una sorta di seduzione alla rovescia, di “sincerità perversa”, dove si gode un mondo a scandagliare il proprio animo, raccogliendo “con ostinazione, con accanimento, ciò che di peggio può esserci in me per deporlo, tutto scodinzolante, ai piedi del pubblico”. Ciononostante, non aspettatevi un’antologia di raccapriccianti secrezioni dell’anima, un piatto di viscere fumanti servite al lettore per scandalizzarlo o titillarne il gusto del morboso. I temi affrontati sono da raffinato salotto letterario, il dialogo è sempre sui massimi sistemi: perché si legge e perché si scrive, Schopenhauer e Nietzsche, l’impegno sociale e politico come imprescindibile ossatura etica o imperdonabile vizio dello scrittore, la supremazia della poesia sul romanzo o viceversa, Baudelaire e Sartre, l’identità ebraica e l’esistenza di Dio. Lévy ammette che per lui ogni lettura è unicamente finalizzata alla scrittura delle sue opere, mentre Houellebecq rivendica il piacere della lettura di per sé. Lévy preferisce Schopenhauer a Nietzsche, Houellebecq il contrario. Lévy difende la propria militanza di scrittore dalla forte coscienza civile, capace di indignarsi per ogni ingiustizia e di lottare per la libertà e la democrazia, Houellebecq si dichiara indifferente al destino della Francia, alle lotte dei baschi o dei ceceni, riconoscendosi invece nella frase di Goethe “E’ meglio un’ingiustizia di un disordine”. Lévy esalta, con Kundera, il romanzo come vertice della letteratura, mentre Houellebecq lo considera un “genere minore” rispetto alla poesia. Eppure, la disputa non si riduce mai ad affermazioni apodittiche e dispettose, anzi si arricchisce di argomentazioni ampie e mai banali, dove i due contendenti cercano di venirsi incontro con sorprendente reciproca duttilità, soffermandosi di più su ciò che li accomuna che su ciò che li divide (appena viene nominato Sarkozy e si capisce che Houellebecq lo stima e Lévy lo detesta, l’argomento viene subito lasciato cadere). Senza volersi accattivare la simpatia dei lettori l’uno a spese dell’altro, pur ben consapevoli di rivolgersi più a chi leggerà il libro che a loro stessi, tengono soprattutto ad autorappresentarsi come capri espiatori di una società culturale omologata e perbenista, che li perseguita astiosamente come una muta di cani rabbiosi, animata da conformismo, frustrazione e invidia. Con la differenza che Houellebecq, che ha la brutta sorpresa di scorgere, a capo della muta, addirittura la propria madre (che proprio nel bel mezzo di questa corrispondenza scrisse con una giornalista un ferocissimo libro-intervista pieno di insulti e minacce contro il figlio debosciato), sembra rassegnato a dover soccombere, mentre Lévy è convinto che, nel tempo, lo scrittore avrà la meglio sulla mediocrità delle “passioni tristi” che producono i veleni dei benpensanti. Fra numerose riflessioni cinefile e un bel ritratto di Louis Aragon da vecchio, la nostalgia per gli anni Cinquanta e per una Parigi che non c’è più, il libro scorre veloce mantenendo sveglia l’attenzione del lettore. Pur dando libero sfogo alle idiosincrasie per giornalisti e intervistatori in cerca di scoop (Houellebecq fa sua una risposta tranchant di Kurt Cobain: “Mi drogo, sono frocio e inculo dei maiali. Va bene così?”), va dato atto ai due di aver messo la sordina alle pose provocatorie per privilegiare “l’amore gioioso” per la letteratura, paragonata al piacere erotico, omaggiando i grandi, da Victor Hugo a Kafka. E celebrando l’operazione di mascheramento della scrittura, che gioca a nascondino con la vita, la realtà e la verità: suggello perfetto per due intellettuali che, se non spiazzano il pubblico, tradiscono loro stessi.

Fabio Canessa
preside del Quijote, Liceo Olistico di Aristan

COGLI L’ATTIMO

 

da Nemico pubblico (Public Enemies 2009) diretto da Michael Mann. Con Johnny Depp, Marion Cotillard

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