NEL TEPORE DEL BALLO


Editoriale del 5 maggio 2026

Πάθει μάθος, diceva Eschilo. Cioè la conoscenza, l’insegnamento, il sapere vengono dal dolore. Quando sembra che le cose ci vadano bene, la nostra vita trascorre fasulla in superficie, priva di sapore e di verità. Il concetto è anche cristiano, se il sublime discorso della montagna proclama beati gli ultimi e i perseguitati dalla giustizia. Come il celebre conduttore televisivo Massimo Ghini che, nel nuovo film di Pupi Avati, il bellissimo “Nel tepore del ballo”, viene arrestato in diretta mentre Bruno Vespa lo intervista a “Porta a porta”. Ultimo arrivato tra i beati perdenti di Avati, che ormai sono moltissimi (dal Carlo Delle Piane di “Festa di laurea” al Diego Abatantuono di “Regalo di Natale” passando addirittura da “Bix” Beiderbecke). Perché solo chi perde la propria vita la salverà, a cominciare da Gesù crocifisso. E noi grulli temiamo le brutte figure e le umiliazioni, che sarebbero invece le uniche nostre possibilità di capire davvero qualcosa e di amare davvero qualcuno. Tutto questo Avati lo dice stavolta con un linguaggio asciutto, essenziale, ellittico: il suo mondo di mostri di un’umanità televisiva che rispecchia l’umanità tutta è rappresentato con spietato squallore, come la spiaggia di Jesolo in inverno che ne è il pendant paesaggistico. Così, dopo essere passato attraverso il calvario di una trasmissione trash per tornare nelle grazie del pubblico, il protagonista troverà il riscatto nel riscoprire quello che veramente conta nella vita e che però è forse troppo tardi per recuperare. Disperando del futuro, meglio rifugiarsi nel passato e riascoltare la voce dei morti, registrata su un vecchio mangianastri, per farla risuonare nella vita presente, come vediamo nello struggente finale di questo Pascoli del cinema. Un Avati così bravo da far recitare splendidamente tutti gli attori di un cast spericolato, capitanato dall’ottimo Ghini, ma dove le migliori sono le donne: la strepitosa Giuliana De Sio, che trasfigura Barbara D’Urso in una strega rozza e abilissima, una Isabella Ferrari di disarmante e dimessa intensità, una Lina Sastri di così autentica naturalezza che sembra la zia nostra, anziché quella del protagonista. Un Avati così astuto o perfido da aver convinto (non si sa come, forse proprio spiegando loro la funzione catartica dell’umiliazione) Bruno Vespa e Jerry Calà a interpretare loro stessi in una versione pochissimo edificante, anzi, soprattutto il secondo, assai meschina. Non solo è il miglior film italiano dell’anno, ma si posiziona bene anche nella intera filmografia avatiana, che ormai ha superato la sessantina di opere. Per cui ve lo consigliamo spassionatamente e gli auguriamo buona fortuna. Ma se non ci fossero “generosi incassi” (per citare il Parini del Giorno) non ci stupiremmo. Dai frutti amari dell’ultima produzione di Avati (la prima aveva guizzi comici e surreali degni di Jacovitti) non si spremono succhi accattivanti e consolatori, mentre il pubblico oggi sembra cercare solo conforto e consolazione. Il cinema di poesia non è un best seller del box office, è un long seller che dura nel tempo, a consolare più nel profondo. Quanto ci commuove ancora il saluto finale dei genitori in “Il posto delle fragole”, a cui ci ha fatto ripensare la sequenza conclusiva di Avati!

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

“la strepitosa Giuliana De Sio, che trasfigura Barbara D’Urso in una strega rozza e abilissima” Da NEL TEPORE DEL BALLO – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

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