«Tempi cattivi, tempi penosi!», dice la gente. «Ma viviamo bene e i tempi sono buoni. I tempi siamo noi; come siamo noi così sono i tempi».
Questa prima citazione di Sant’Agostino, ricordata dal Papa Leone XIV nel suo discorso ai giornalisti subito dopo l’elezione, appare oggi quasi anticipatrice dello stile che sembra caratterizzare il suo modo di affrontare i problemi, a partire da quello della pace. Il passaggio dall’astratto al personale, dal concetto al volto, è infatti il tratto che ritorna in ogni suo intervento.
Quando parla della guerra, quasi subito il discorso abbandona il livello della condanna morale o geopolitica per muoversi al livello dei volti: i bambini che non hanno voce, gli anziani che non hanno forza, gli innocenti che pagano il prezzo dei conflitti — come ha ricordato anche di recente, parlando «a nome dei tanti innocenti, tanti bambini, tanti anziani» stritolati dalla macchina bellica.
E quando parla della pace, il discorso non si ferma ai valori, ma passa alla responsabilità degli “artigiani di pace”: una pace “disarmata e disarmante” che nasce dal quotidiano, non dalle dichiarazioni solenni.
Per questo — e ancora una volta sulla scia della medesima intuizione agostiniana — il Papa Leone esortava a pregare, ma lo faceva commentando il Rosario non come ripetizione meccanica, bensì come indicazione di un sapiente agire quotidiano: «Il Rosario ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento». Da questo “movimento dopo movimento” nessuno è escluso, nemmeno chi il rosario non sa nemmeno cosa sia.
Per Leone XIV guerra e pace non sono strategie di potenti, e nemmeno definizioni morali: sono volti di fratelli e sorelle in umanità.
«È lecito pagare la tassa a Cesare?», chiesero un giorno a Gesù, immaginando che — “sì” o “no” — non se la sarebbe scampata. Tanto più che la premessa, tre volte ripetuta, era che Gesù diceva la verità «senza guardare in faccia a nessuno».
Dopo aver chiesto «perché mi tentate?», Gesù domanda che gli portino la moneta con cui si pagava la tassa. La guarda e chiede: «Questa faccia e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». E Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio». E rimasero ammirati di lui.
Ancora dobbiamo imparare, Signore:
guardare le facce,
e metterci la faccia,
Altra via alla verità, Signore,
tu non hai conosciuto.
Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)
“Questa faccia e l’iscrizione, di chi sono” Da Salmo 553 METTERCI LE FACCE – Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)


