Sarà perché è arrivato all’improvviso il gran caldo e il pubblico ha cercato brividi di freddo nei cinema che proiettano film horror? O piuttosto l’horror è diventato la miglior chiave di lettura del nostro caotico 2026? Fatto sta che fanno flop sia i kolossal costati 200 milioni di dollari interpretati da divi di Hollywood (come “The Mandalorian and Grogu” con Sigourney Weaver) sia le opere applaudite al Festival di Cannes firmate da maestri del cinema (come “Amarga Navidad” di Pedro Almodovar). Gli unici a trionfare al botteghino, riempiendo le sale di giovani che applaudono sui titoli di coda, sono horror costati pochissimo, diretti da registi ventenni (capaci di comunicare con il pubblico dei loro coetanei) che si sono fatti le ossa con i corti su YouTube, e interpretati da giovani sconosciuti (ma bravissimi). In grado di intercettare la sensibilità e i disagi degli adolescenti del 2026 attraverso incubi al passo coi tempi. Il migliore è “Obsession” dell’esordiente Curry Barker (classe 1999), dove un giovanotto timido, non osando dichiararsi all’amica di cui è innamorato, si affida a un bastoncino dei desideri da spezzare per ottenere ciò che vuole: la magia funzionerà fin troppo, perché la ragazza sarà talmente invaghita di lui da trasformarsi in un’inquietante presenza tra “Psycho” di Hitchcock e “Io e Caterina” di Alberto Sordi. Il più classico è “Passenger” di André Øvredal: qui lei sarebbe rimasta tranquilla nell’appartamento di Brooklyn se lui non odiasse la famiglia nella pigra dimensione borghese e convincesse la ragazza a vivere on the road in un camper sulle vie dell’Arizona. Peccato che un antico demone si annidi nelle strade e nei boschi dell’America profonda per scannare i viaggiatori, alterando tempo e spazio. Buon per loro se li assisterà San Cristoforo, patrono degli automobilisti. Il più contemporaneo è “Backrooms” di Kane Parsons (classe 2005), nel quale un architetto mancato finito a dirigere un mobilificio dozzinale scopre un labirinto di stanze vuote all’interno dello stabile, tra sedie e oggetti da ufficio accatastati, strane figure mostruose e suoni indecifrabili. Una allucinata dimensione mentale che riflette l’alienazione dell’identità, deformando spazi e presenze della vita comune in una trasfigurazione disumana. Il cinema d’autore, i blockbuster tradizionali, le opere da festival, i pensosi riboboli autobiografici di tanti film noiosi risultano spazzati via dall’impatto travolgente di questi tre horror, così carichi di tensione e appassionanti da sembrare che durino venti minuti, anziché due ore. Attraverso fiabe nere di magica cupezza danno forma al fantasma che si annida nella mente contemporanea: la disumanizzazione. L’uomo sparisce nella vacua omologazione di luoghi e pensieri, la sua identità si deforma fino a farne un oggetto o un automa guasto: condannato alla solitudine e alla frustrazione, si aggira, frastornato passeggero, nelle backrooms del suo immaginario malato.
Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)
“Il più contemporaneo è “Backrooms” di Kane Parsons (classe 2005), nel quale un architetto mancato finito a dirigere un mobilificio dozzinale scopre un labirinto di stanze vuote all’interno dello stabile, tra sedie e oggetti da ufficio accatastati, strane figure mostruose e suoni indecifrabili.” Da TRE HORROR DA NON PERDERE – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)



