YOHAKU-NO-BI


Editoriale del 20 maggio 2015

Ho seguito un documentario sui giganteschi Buddha di pietra distrutti dai Talebani in Afghanistan. Di essi rimangono poche macerie ed un’enorme nicchia vuota scavata nella roccia. Pur sgomenta, ho percepito in quel Vuoto una bellezza sconcertante.
Siamo abituati a concepire il vuoto come una mancanza, una negazione, un’opposizione ad un pieno che invece ha valore in quanto essenza.
Nella cultura orientale il Vuoto ha una sua estetica e un valore fondante: il Taoismo ce lo spiega con l’esempio del vaso: il pieno e il vuoto insieme costituiscono il vaso e non vi è possibilità di un’esistenza separata. Guardando quelle nicchie ci sentiamo deprivati, è vero, ma quel Vuoto ed il suo Buddha sono associati in modo così stretto che possiamo identificarli.
Il Buddismo Zen, nell’espressione Yohaku-no-bi individua “la bellezza di ciò che manca”. Questo ideale si concentra sull’Assenza come traccia della condizione terrena di impermanenza e come spazio che consente ad infiniti contenuti di entrare: quando qualcosa finisce non possiamo far altro che seguirne le tracce, il vuoto rimasto al suo posto, luogo di possibilità Infinite, mezzo per l’Eternità.
Uomini che distruggono opere della nostra storia, non sanno che, anticipandone la fine, regalano ad esse un’Eternità che non avrebbero mai avuto.

Genny Pignataro Atzeni
(Rabdomante ad Aristan)

COGLI L’ATTIMO

 

da un servizio televisivo di Euronews

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