Tradurre è tradire, dice un facile e consunto gioco di parole, nel senso che passare da una lingua a un’altra è anche passare da una cultura a un’altra cultura, e nel passaggio inevitabilmente si perde o si aggiunge qualcosa.
Nello scambio di risposte (ho difficoltà a chiamarlo dialogo) che ha fatto seguito all’ultimo editoriale di mercoledì scorso, ho ringraziato la «Spigolatrice di Aristan» di aver fatto conoscere un libro interessante e istruttivo sugli errori di traduzione. Ho espresso, tuttavia, anche la mia opinione che, nel libro, una cosa sono gli “errori” di traduzione, talvolta chiaramente e provvidenzialmente voluti, che riguardano testi recenti (ad esempio in certi trattati politici scritti in diverse lingue), e altra cosa sono gli “errori” di traduzione mostrati con toni di “rivelazione” nei testi antichi, e soprattutto nei testi biblici, che sono quelli più presi di mira. La differenza è che nei testi recenti abbiamo un testo ben preciso, in genere anche già pubblicato sulla stampa, sia come testo di partenza sia come testo di arrivo, mentre per i testi biblici (e anche coranici) dobbiamo affidarci a una ricostruzione testuale che dipende da migliaia di manoscritti di diverso tempo e valore, con varianti testuali o ‘lezioni’ che una scienza specifica, detta “critica testuale’’ si assume il compito di distinguere in originali o secondarie, cercando di trovare eventualmente per quale motivo e da quale termine possono essersi originate le varianti.
Ora, sia nel caso riportato nell’editoriale dal Corano, sia nel caso biblico del “cammello” portato avanti nelle risposte, il caso vuole che non si tratti di una traduzione sbagliata di un medesimo termine, ma appunto di traduzioni di termini diversi usati in manoscritti diversi. Il traduttore, di volta in volta, sceglie quale variante tradurre, dicendo, quando sia possibile, i motivi per cui la ritiene originale rispetto alle altre che ritiene secondarie.
In altri casi, invece, si tratta proprio di diverse traduzioni di un medesimo termine. In questi casi, per il libro in questione, l’autore, non essendo di mestiere, da quanto mi consta, un traduttore di testi bilici, si affida a fonti che hanno in genere un tono “rivelatorio” e apodittico, del tutto lontano da una critica veramente scientifica e piuttosto tendente a screditare quasi come “complottiste” le traduzioni correnti.
Ecco una frase tipica a proposito del termine “costola” del famoso racconto (mitico) biblico:
«In ebraico la parola usata per “costola” è tselah che, scritta e pronunciata allo stesso modo, vuol dire anche “fianco”, “lato”, “metà”. E con il significato di “metà” (di qualcosa) compare ben 49 volte nella Bibbia. Stranamente, l’unico luogo in cui compare tradotta con “costola” è quello dei versi prima riportati. Emendandone il senso, dunque, apprendiamo che Dio prese la metà dell’uomo e con questa fece la donna».
A parte il fatto che la precisione dei numeri delle ricorrenze è, per chi conosce i problemi dei testi biblici, solo uno specchietto per le allodole (il Dictionary of Classical Hebrew, e che non riguarda solo il corpus biblico, ha ben tre voci diverse con le medesime tre consonati), se uno va poi a controllare le 39 (non 49!) occorrenze sicure del termine come sostantivo, mai appare come probabile una traduzione con il termine “metà”, ma sempre in qualche modo appare presente il semema “parte laterale” di qualcosa. Si consideri poi che senso potrebbe avere usare il termine “metà” nei casi di 2Sam 16,13 (Shimei camminava sul fianco del monte, parallelamente a Davide), si 1Re 6,5 (vi costruì delle stanze laterali), e di 1Re 6,15 (rivestì le pareti interne con tavole-traverse di cedro).
Sono andato a vedere il video consigliato dall’autore, e che è in realtà la sua fonte principale, dove il traduttore-rivelatore si meraviglia, con il tono quasi di accusa complottista, come mai la sua “rivelazione” non sia seguita da nessuna traduzione recente. Il fatto che il termine “costola” sia usato anche dalle traduzioni inglesi ebraiche dovrebbe forse far sospettare che gli ebrei conoscano l’ebraico meglio di chi non lo sa nemmeno pronunciare correttamente.
Ma tant’è, su facebook e su internet le fake news attirano immancabilmente chi più è impreparato a riconoscerle: basta presentarle appunto come rivelazioni apodittiche contro traduttori complottisti. Resta da vedere da quale parte sta il complotto.
Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)
“Tradurre è tradire, dice un facile e consunto gioco di parole, nel senso che passare da una lingua a un’altra è anche passare da una cultura a un’altra cultura, e nel passaggio inevitabilmente si perde o si aggiunge qualcosa.” – Da Salmo 460 TRADUZIONI, RIVELAZIONI E FAKE NEWS – Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)



