Sono nato a Norfolk, in Inghilterra. Da casa mia vedevo il Mare del Nord. Il rumore delle onde e l’odore della salsedine, mi svegliavano ogni mattina.
Mi chiamavano Cher Ami, un francesismo che non capivo, ma che non mi dispiaceva.
Essere giovane nel 1918, non era facile. La Prima guerra mondiale continuava a spazzare via paesi e città. Con essi, anche sogni, speranze, e la meglio gioventù.
Poco più che adolescente, nella primavera del 1918, venni arruolato come portaordini nel reparto comunicazioni in supporto alla 77ª Divisione di Fanteria. Dopo pochi mesi, in un caldo autunno, per cercare di fermare l’avanzata tedesca, venni spedito al fronte e così arrivai a Rampont, in Francia.
Qui non vedevo più il mare. Il suono delle onde era sostituito dal rumore delle esplosioni e delle preghiere. Al posto dell’odore della salsedine sentivo puzza di paura e di bruciato.
Rispondevo direttamente al maggiore Charles W. Whittlesey e con lui ed il suo battaglione, composto da 554 soldati, una mattina ci spostammo verso il versante nord del burrone di Charlevaux. Eravamo in prima linea e i tedeschi iniziarono a bombardarci. La situazione era difficile e due miei commilitoni del reparto comunicazioni, vennero mandati nelle retrovie per chiedere aiuto alla nostra artiglieria. Purtroppo per un errore di trascrizione delle coordinate, la posizione del mio battaglione venne confusa con quella del nemico. Così di colpo, ci trovammo sotto il fuoco tedesco ed anche sotto il fuoco amico.
Ero rimasto l’unico portaordini sopravvissuto. Il maggiore Whittlesey mi chiamò e sotto i miei occhi scrisse il messaggio “Siamo lungo la strada parallela alla 276.4. La nostra artiglieria sta lanciando un bombardamento direttamente su di noi. Per l’amor del cielo, fermatelo!”. Me lo affidò e mi disse di correre più del vento.
Pensai al mare, alle sue onde e al suo odore. La nostalgia e la voglia di tornare a casa, mi diedero la forza. Non sentivo la stanchezza, ma la paura quella sì. Qualcosa mi colpì il petto, poi la gamba ed infine un occhio. Non mi fermai a pensare cosa fosse il dolore che sentivo. Io dovevo arrivare. Coprì 40 chilometri in poco più di 25 minuti. Arrivai al quartier generale della divisione, con la gamba destra maciullata, senza l’occhio sinistro e con una ferita al petto che mi portò alla morte pochi mesi dopo. Però il messaggio arrivò alle retrovie e la nostra artiglieria corresse il tiro. Fu così che salvai 194 uomini, ma non chiamatemi eroe. Non lo fui. Gli eroi scelgono. Io no. Io non ho sacrificato la mia vita per la patria. La patria la vita me l’ha semplicemente strappata.
Io ero Cher Ami. Un colombo viaggiatore della Piccionaia Mobile n. 11, reparto comunicazioni in supporto alla 77ª Divisione di Fanteria nell’avanzata nella foresta d’Argonne.
Monica Mazzotto (Biofila di Aristan)
“Essere giovane nel 1918, non era facile. La Prima guerra mondiale continuava a spazzare via paesi e città. Con essi, anche sogni, speranze, e la meglio gioventù.” Da NON CHIAMATEMI EROE – Editoriale di Monica Mazzotto (Biofila di Aristan)


