Libertà e democrazia non si esportano con le armi. Non lo avevano imparato gli americani dopo quindici anni della loro “guerra lampo” in Vietnam? Forse in ogni storia di liberazione c’è qualcosa che non è da imparare, ma da riconoscere.
Il racconto biblico dell’Esodo sulla liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto è diventato paradigmatico lungo la storia per numerosi altri cammini di liberazione. Ebbene, quando Dio invia Mosè a liberare il popolo, Mosè oppone tre obiezioni che terminano con un no: poiché Dio non gli dice “niente in più” di sé (non lo fa nemmeno monsignore!), “niente in più” di Dio stesso (nemmeno un nome nuovo, perché con il nome di “Dio dei padri” smemorato da quattrocento anni non è più presentabile), niente in più” degli altri (nemmeno che gli crederanno subito). Anche se Dio si vanta di aver creato tutto, compresa la bocca di Mosè per annunciare la libertà, Mosè perde la pazienza e gli dice in faccia che a quei patti mandi un altro.
A questo punto, perde la pazienza anche Dio, ma gli dice che gli sta venendo incontro dall’Egitto il fratello Aronne, e Dio ora cambia dal singolare al plurale: «Tu gli parlerai e metterai sulla sua bocca le parole da dire e io sarò con te e con lui mentre parlate e vi insegnerò quello che dovrete fare». Solo dopo questo discorso di Dio al plurale, Mosè parte. Ma quando l’operazione “libertà” è bloccata per la mancata intesa tra Mosè e il popolo che deve liberare, il racconto inserisce il fattore dimenticato, il DNA della genealogia che fa di Mosè e di Aronne, del liberatore e di tutti i liberati, semplicemente dei “fratelli”.
Già, il DNA, Signore.
C’è un sacco di gente che crede di averlo di un’altra specie,
e si inventa titoli per appartenere alla “gente del di più”.
Colonialisti provvisori, in democrazia e in fede,
ma non fratelli, l’unico titolo a prova di dna.
Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)



