SINO A CHE MORTE NON CI SEPARI. E OLTRE


Editoriale del 19 aprile 2026

Quando babbo si ammalò, mamma non ci disse niente.

Pensava di poter risolvere tutto in un baleno.

Ma non fu così.

Niente si poteva più risolvere.

Lei restò in ospedale, accanto a lui, tenendogli la mano.

Giorno e notte.

Io e mio fratello ci alternavamo per consentirle di andare a casa, lavarsi e mangiare qualcosa.

Babbo era contento di vederci.

Però dopo un po’ si impensieriva.

“Inub’este?”, ci domandava, “Dove è”.

E continuava a chiedere di lei, preoccupato perché non la vedeva,

Lui non si rendeva conto di stare male ma temeva che lei stesse male.

Quando arrivava, i suoi occhi si illuminavano e cercava la sua mano.

Io e mio fratello non avevamo mai visto babbo e mamma tenersi per mano.

O a braccetto.

O sfiorarsi in pubblico.

Non si usava.

Però, negli ultimi giorni della sua esistenza, babbo voleva stringere la sua mano.

Lei lo imboccava, preparandogli le cose che a lui piacevano.

Le assaggiava appena, ma era felice.

Lei con un asciugamano candido asciugava il suo sudore – era un agosto rovente – e lui la guardava adorante.

Poi un giorno le disse: “Portami a casa. Non voglio stare qui”.

I medici non volevano.

Ma babbo insisteva.

E mamma firmò tutte le liberatorie e lo portò via.

Non fu facile.

Ma lui sembrava rinato.

“Sto proprio bene”, diceva, “proprio bene”.

Io e mio fratello eravamo sempre lì e ci dicevamo, fra noi, “has a biere: sanada”, vedrai, guarisce.

Sembrava.

Aveva ripreso appetito

A pranzo voleva carne di capretto arrosto, che gli tagliavamo in pezzi minuscoli.

Trovare capretto in estate non è certamente facile.

Ma lo procurammo.

Masticava la carne con gusto.

La facevamo arrosto nel camino, nonostante il caldo bestiale.

Ma era un ordine di mamma perché a lui piaceva così.

E le patate cotte sotto la cenere.

E un pezzetto di pomodoro del nostro orto.

E l’uovo ancora caldo.

“Sanada”, ci dicevamo io e mio fratello: “Sanada”, guarisce, guarisce.

Un giorno chiamai casa alle sette del mattino per salutarlo.

Dovevo dare il cambio a mio fratello che era rimasto con loro tutta la notte.

“Babbo non c’è più”, mi disse rispondendo al telefono.

Sentivo i pianti di mamma.

Non capii subito che era morto.

Pensavo fosse uscito di casa all’improvviso.

Lei venne al telefono, ma non riusciva a spiccicare parola.

Quando arrivai da loro, babbo era già vestito con l’abito buono di velluto color tabacco.

Guardai mamma.

“E ora”, mi domandò: “E ora cosa faccio?”.

Sgrana ancora rosari per lui.

“Arrivo presto”, gli dice: “Arrivo presto”.

E manda un bacio al quadro che lo ritrae sorridente.

Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

“Quando arrivai da loro, babbo era già vestito con l’abito buono di velluto color tabacco.” Da SINO A CHE MORTE NON CI SEPARI. E OLTRE – Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

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