BAGNO TURCO


Editoriale del 14 agosto 2017

Al Cermberlitas Hamami di Istanbul sto sdraiato a versare sudore sull’altare di marmo bollente, le palle libere e benedette sotto l’asciugamano, le mani incrociate dietro la nuca. Sopra, una cupola vecchia di mezzo millennio nella nube di vapore, e ombre, e flosci raggi di luce fra i quali si agitano strappi freschi di uomini e cose: i bombardamenti americani su Kobane e le colonne di fuoco, il capodanno trascorso con i profughi cristiani di Erbil, le trincee di Kirkuk dove i peshmerga curdi affrontano i ceffi dello Stato Islamico. Mi ripulisco dalla sozzura della guerra. Ho scritto i pezzi, sono sano e salvo, sto per tornare a casa. Ti meriti due spiccioli di lusso, dopo tutto il freddo, la febbre, la cagarella, lo stress e il bordello, mi son detto. Intorno rosei e paffuti turisti occidentali fanno lo stesso, cercano nella onirica mollezza del bagno turco l’oblio o l’esaltazione di qualche memoria, stecchiti come cotechini. A turno il baffuto e robusto scienziato della schiuma ci avrebbe ricondotti allo stato infantile: la pulizia della pelle, i massaggi, il lavaggio del capo. Poi l’ultima doccia, una spremuta di melograno. Niente mancia fratello, sto con le pezze al culo. La porta e Istanbul coperta di neve. Una sigaretta. Faccio due passi e la vedo, avrà avuto dieci anni, rannicchiata in un angolo, il piffero di plastica e un cappello per le monete dei passanti. Tremava, un balbettio delirante negli occhi vuoti. Una bambina siriana costretta alla strada da qualche pappone, o dall’indigenza. Che cazzo, ho detto. Ho cercato di dirle qualcosa. Mi guardo intorno e vedo la gente passare nella Sultanahmet opulenta e luccicante. Decido che sono un babbeo. Me lo dicono i suoi occhi, i capelli coperti di acqua gelata. Ne ho visti tanti, così tanti in questi anni. Sfilo una banconota e la poso nel cappello. Poco più in là trovo dei tavoli all’aperto arrossati dai caloriferi. Ordino una birra, accendo una sigaretta. Osservo la moltitudine minchiona dei turisti pattinare sui marciapiedi. Poi intercetto una discussione fra il cameriere e la coppia di inglesi del tavolo accanto: una donna si è fatta esplodere nella caserma della polizia. A due minuti da lì. Tiro giù l’ultimo sorso. La pinta rimane a metà. Getto sul tavolo il denaro. A passi isterici procedo verso il luogo dell’attentato. Veloce, concentrato, colpevole come un assassino.

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)

COGLI L’ATTIMO

 

da Il bagno turco (1997) diretto da Ferzan Özpetek, con Alessandro Gassmann

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