OSCAR ALL’ALZHEIMER


Editoriale dell'8 giugno 2021

L’unico lato positivo dell’Alzheimer è che garantisce il premio Oscar. Lo vinse anni fa Julianne Moore interpretando una docente di linguistica cinquantenne colpita dal morbo nell’ovvio e didascalico “Still Alice”, in cui la cinepresa segue il decorso della malattia, filmando il rapido deterioramento mentale, i soprassalti emotivi, i vani tentativi di cura e resistenza, le reazioni del marito e dei figli. Tutto molto tradizionale, mentre la brava protagonista si sforza di comunicare con accenti sensibili e intensi la dignità di fronte allo strazio del degrado neurologico. Quest’anno è toccato ad Anthony Hopkins vincere l’Oscar con l’Alzheimer di “The father”, più interessante di “Still Alice” perché stavolta la cinepresa, anziché documentare dall’esterno la malattia, decide di aderire al punto di vista del malato: così lo spettatore si identifica con il poveretto e vede gli eventi secondo la percezione confusa, frammentaria e contraddittoria di un cervello sfasciato. L’idea è geniale perché il cinema è visione e il proposito di scaraventare il nostro sguardo nelle tenebre dell’Alzheimer costituirebbe una tappa nella storia del linguaggio cinematografico. Però per centrare un obiettivo così ambizioso bisognerebbe essere Bergman o perlomeno il Polanski da incubo di “L’inquilino del terzo piano” o Cronenberg, cioè qualcuno capace di padroneggiare una tale forza espressiva da garantire tensione emotiva pur in assenza di una narrazione strutturata secondo un plot logico. Intendiamoci, il regista Florian Zeller ha fatto un lavoro dignitoso ma è rimasto a metà tra l’azzardo sperimentale e il prodotto mainstream: così il film non decolla mai, si ripete in un loop che giustamente rispecchia lo spazio-tempo iterativo del malato ma non rispetta le aspettative del pubblico di veder trasfigurato lo smacco esistenziale in uno spettacolo o in un’opera d’arte. Difficile anche giudicare la prova di Hopkins: che è bravissimo lo sapevamo già, ma qui qualsiasi cosa faccia va bene perché il personaggio è un malato di Alzheimer che può imporsi o umiliarsi, gridare o ballare il tip tap, piangere o sragionare, tanto non c’è un metro per misurare quanto sia convincente o naturale, visto che la personalità di un’identità sgretolata non ha confini. Anche grazie all’efficacia della colonna sonora di Ludovico Einaudi, bella ma fatta apposta per moltiplicare l’ansia, si esce dalla sala frastornati e avviliti, segno che il balsamo dell’arte non ha medicato il caos mentale.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote)

“Anche grazie all’efficacia della colonna sonora di Ludovico Einaudi, bella ma fatta apposta per moltiplicare l’ansia, si esce dalla sala frastornati e avviliti, segno che il balsamo dell’arte non ha medicato il caos mentale.”
Da OSCAR ALL’ALZHEIMER – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote)

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