PATRIMONI E DILAPIDAZIONI


Editoriale del 30 aprile 2021

Ci sono parole composte dalle stesse lettere che a seconda dell’accento prendono significati molto differenti, come prìncipi e princìpi. Altre sono uguali a loro stesse, ma l’accento sbagliato è fastidioso solo per chi ci fa caso, come Nuòro a Nùoro. Abbiamo due accentazioni per differenziare, il cinese di più, il vietnamita ancora di più. I francesi per distinguersi lo mettono alla fine. In italiano solo una parola ha tre accenti, è inutile che ne cerchiate altre, e la scrivo neutra: capitano. Nel suo uso può diventare: il generale non stava bene e il capitàno capitanò la truppa, cose che càpitano.
Basta un cambio di vocale per dar nella differenza di genere caratteri diversi. Ed evocazioni diverse, come ben sanno i traduttori di poesie. In sardo su notte è maschile, in italiano femminile con tutto quello che ne consegue. Ci sono poi le parole differenti in toto. Ne dico una, cetriolo, che in sardo si dice cugumene. Nel primo caso se debbo dire cosa mi richiama, il cetriolo mi porta a scherzi matrimoniali, che hanno sempre successo se ai lati gli mettiamo due pomodori. Su cugumene mi riporta ai mei dieci anni, al mio paese, Sindia, quando arrivava il venditore col suo asino. ”Mamma, su cugumene”, come un altro potrebbe dire “Mamma i gelati”. Mamma ci accontentava, ne prendeva e ce ne dava uno a testa, dopo averli lavati e io lo mangiavo con buccia e tutto. Col gusto della freschezza che mi dà un gelato alla crema.
La lingua è anche sonorità, fluidità. Chi parla in dialetto raramente incespica, quando parla in italiano è già molto se non lascia trasparire impaccio. In tutte le mie età ho seguito l’evoluzione e la perdita, anche delle sonorità, oltre di parole che io so desuete. Perché la sonorità è sempre più un inventario della mia memoria, perché sono scomparsi gli interpreti e non conserviamo reperti. Prima andavo a Nùoro e sentivo mio zio Giovanni parlare nel suo immacolato sindiese con fonnesi e orgolesi, dire naraini all’antica o nariana ed era un vezzo stilistico. Sentivo Zio Tigheddu Cambula, Billia Piu, giocolieri della parola, non so chi ne abbia raccolto l’eredità. C’è chi si ascolta Mozart con lo spartito in mano, lo invidio, ma anche io riuscivo a farlo, era anzi inevitabile, quando mia madre parlava in sindiese. Non la sentivo mai inciampare, trovava immediatamente il termine e raramente l’ho sentita dire “ite si nara” (come si dice). L’ho registrata sei mesi prima che se ne andasse, le chiesi di parlare in sardo e lo fece e so che, anche se non me l’ha mai detto, che abbia provato grande soddisfazione ad avere allevato un figlio che amava la sua lingua. Mio padre assisteva e anche lui gioiva, lui tortoliese, che a Sindia parlava in sindiese, e lo imponeva a chi, secondo lui per rispetto si rivolgeva in italiano. Grazie a tutti e due.

Nino Nonnis (La Cavana [la roncola] di Aristan)

“Ne dico una, cetriolo, che in sardo si dice cugumene. Su cugumene mi riporta ai mei dieci anni, al mio paese, Sindia, quando arrivava il venditore col suo asino. ”Mamma, su cugumene”, come un altro potrebbe dire “Mamma i gelati”.”
Da PATRIMONI E DILAPIDAZIONI – Editoriale di Nino Nonnis (La Cavana [la roncola] di Aristan)

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